Libri, copertine e recensioni scritte da chi legge davvero

Se Leggo, Leggo si occupa di recensire libri. Pubblichiamo recensioni su ogni genere di libro da persone che li hanno letti davvero. Scriviamo il nostro parere, i nostri commenti e ovviamente le recensioni piu' obbiettive che possiamo.

Recensioni su romanzi rosa o di fantascienza, libri fantasy, di avventura o di qualsiasi altro genere che uno dei nostri collaboratori abbia letto nell'ultimo periodo. Se volete darci una mano cominciando a scrivere con noi, mandateci una mail e vi faremo sapere al piu' presto.

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martedì 12 ottobre 2010

Cattedrale - Raymond Carver – Raccolta di racconti

Cattedrale – Raymond Carver – Raccolta di racconti

Dodici racconti compongono quest'opera scritta da Raymond Carver, racconti che parlano della vita degli uomini “comuni”, la loro routine di tutti i giorni, quelle piccole cose che Carver amava tanto osservare e raccontare. Raymond Carver è uno degli carver-cattedralescrittori più importanti della letteratura americana contemporanea, un uomo che è partito dal nulla, riconosciuto poi come il capostipite del “minimalismo” letterario.

Lo scrittore vive l'America del dopoguerra, l'America grigia e alienante dei sobborghi, vive facendo i lavori più disparati e coltivando solo nel tempo libero(perlomeno all'inizio) la sua abilità di scrittore, attraverso dei corsi di scrittura creativa, che gli daranno la fiducia e la pazienza che prima gli mancava. Ha seri problemi con l'alcol e con il fumo, quest'ultimo vizio che per lui risulterà poi letale.

Sono ben consapevole che parlare della vita di uno scrittore in una recensione può essere superfluo, ma in questo caso è più che mai necessario per capire da dove viene la bellezza di questo libro. I protagonisti dei racconti di Cattedrale sono degli uomini simili a Carver, degli uomini comuni, dei colletti blu, la cosidetta “working class”, che svolgono delle vite del tutto normali. Dei “buoni diavoli”, come direbbe un altro grande della letteratura statunitense, Charles Bukowski.

Ma l'arte di Carver sta nel raccontare le vite grigie di questi uomini, carpendo però la bellezza, la poesia che può celarsi dietro ad un'esistenza apparentemente insignificante. Nei racconti di Cattedrale, che scorrono piani grazie ad una scrittura concisa e appunto “minimalista”, c'è sempre un evento che sconvolge il tutto, un qualcosa di straordinario, nel bene o nel male.

L'ultimo racconto del libro, il più importante e il più famoso, che dà il nome alla raccolta, parla di un cieco e di come una persona normale possa essere sconvolta, di come la sua intera visione delle cose possa essere contaminata dalla straordinaria sensibilità di un uomo che per la società non è un “normale”, perchè non vedente.

La “tecnica dell'omissione”, l'importanza data a quello che non è scritto, che però risulta più importante rispetto a quello che è espresso esplicitamente, sono gli elementi che fanno di Carver uno scrittore unico nel suo genere. Leggere Carver è come “guardare la realtà dal buco della serratura”, lasciandosi sorprendere da quello che si può scoprire se solo si ha la volontà di guardare.

Scritto da: Andrea Gaetani

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giovedì 7 ottobre 2010

Black Jesus: the anthology - Federico Buffa – Racconti di sport

Black Jesus: the anthology - Federico Buffa - Racconti di sport

Black Jesus the anthology Dalla penna di un "avvocato col bernoccolo del giornalismo" come Federico Buffa, nasce una raccolta di articoli sul mondo del basket americano, molto più che uno sport trasmesso in TV, in alcuni casi una speranza,una possibilità di fuga, un forte elemento di aggregazione per tutti i ragazzi di strada presenti in numerosissime comunità americane.

Il libro trasuda basket, leggendo alcune storie mi è sembrato di essere lì, ad Harlem o a Phila, piuttosto che in una qualche isolata palestra di college in montagna o in un palazzetto, a sentire l'odore del sudore impresso sulla palla a spicchi, o l'acuto rumore delle sneakers che strisciano sul parquet.
C'è un pezzo di storia di basket americano raccontata dal di dentro, con interviste e ricerche approfondite, con sopralluoghi lunghi o brevi a seguire i passi delle leggende che sono state, e quelle che non sono mai state.

La principale virtù dell'autore è quella dell'utilizzo di una prosa scorrevole, alla ricerca del termine particolare, capace di descrivere in modo originale e profondo l'oggetto della narrazione, provocando spesso una risata, ma capace anche di emozionare e commuovere.

Storie di campioni che, persi nei meandri della droga e di una società ghettizzata e malata, non sono mai arrivati"al piano di sopra", nella NBA, il grande pubblico non li ha mai conosciuti.
Buffa ci fa conoscere le storie di Leggende da Playground come quella di Earl"the Goat"Manigault, l'uomo che voleva sedersi sul ferro; la storia di Raymond Lewis, il più grande che non sia mai esistito, l'uomo che faceva piovere.
Leggendo queste storie non ho potuto che emozionarmi, storie che ormai hanno preso la connotazione di Leggende, non perchè non vere, ma perchè divenute quasi sacre negli ambienti in cui si sono svolte.

Non mancano nel libro racconti di giocatori che ce l'hanno fatta partendo dal nulla, di coaches che hanno rivoluzionato il basket con le loro idee, allenando nei college o nell'NBA. Forse l'oggettività del giornalista viene messa da parte spesso nel corso del libro, ma se il risultato è questo, in fondo non ha importanza.

Scritto da: Andrea Gaetani

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lunedì 4 ottobre 2010

Sostiene Pereira - Antonio Tabucchi - Feltrinelli

Sostiene Pereira - Antonio Tabucchi - Feltrinelli

sostiene-pereira-antonio-tabucchi Nel 1938, a qualche mese dallo scoppio della seconda guerra mondiale, fare il giornalista era uno dei lavori più difficili che un uomo potesse fare. Farlo a Lisbona, in Portogallo, nazione affiliata con il generale fascista Franco, proprio mentre si combatteva la guerra civile nella vicina Spagna, era ancor più difficile. Occorreva essere cauti, equilibrati nell'uso delle parole ed accorti nello scegliere gli argomenti da trattare; tutto questo era proprio quello che faceva un piccolo giornalista portoghese, di nome Pereira. La censura era sempre in agguato e la polizia sapeva essere molto “convincente” con chi si permetteva di scrivere contro Salazar e contro il suo regime.

Pereira era un piccolo giornalista di un giovane giornale, il “Lisboa”, e ne dirigeva la pagina culturale, che curava da solo, senza alcun collaboratore. Si limitava a scrivere ricorrenze su scrittori deceduti o a tradurre racconti francesi di scrittori dell'800. Un giornalista pacato, che non voleva rogne né andava a cercarsele, senza veri amici, senza donne. Qualcosa però nella sua vita cambia: assume un collaboratore giovane, appena laureato, un rivoluzionario, un sovversivo; dapprima vorrebbe staccarsene, ma non ci riesce, Pereira scopre in sé l'istinto di doverlo aiutare, sente che è la cosa giusta da fare.

Il piccolo giornalista diventa una grande storia, una storia in cui un uomo qualsiasi decide di voler cambiare le cose, capisce di averne i mezzi e non si tira indietro; capisce che un uomo di mezza età può ancora cambiare, può ancora vivere senza dover rimanere ancorato ad una vita passata, una vita che non tornerà mai più.

Antonio Tabucchi si ispira alla vita di un vero giornalista vissuto in Portogallo e poi fuggito in Francia prima dello scoppio della guerra, gli dà il nome “Pereira” e ne racconta la storia, perchè è una storia importante da raccontare, una storia che ancora oggi può scuotere gli animi di chi pensa che il singolo non possa più incidere, che le cose non possano cambiare. Il coraggio del giornalista sta tutto in un gesto, in una parola, nel suo nome, messo nero su bianco per denunciare i crimini di un regime che per troppo tempo aveva agito nascosto dall'ignoranza e dall'indifferenza del popolo: “[...]andò a capo e sotto, a destra, mise il suo nome: Pereira.”

Scritto da: Andrea Gaetani

domenica 3 ottobre 2010

Beata incoscienza - Paolo Mosca - Sperling & Kupfer


Beata incoscienza – Paolo Mosca – Sperling & Kupfer

A volte si ha bisogno di leggere per svagare la mente,e,comunque leggendo un libro non impegnativo si impara e si tiene attivo il cervello.
Paolo Mosca giornalista direttore di innumerevoli testate autore del libro "Beata Incoscienza" rivaluta questa affermazione,questo modo di dire "quasi un rimprovero".
Una volta le persone anziane lo dicevano guardando la gioventu'.
Ora questa "beata incoscienza"si è tramutata in voglia di vivere,di sentirsi pieni di entusiasmo e a volte un po' "scavezzacollo".
L'autore senza impegno ci porta nel quotidiano raccontando e facendoci capire che,se vogliamo nella vita possiamo farci aiutare dalla "BEATA INCOSCIENZA" con tutte le conseguenze del caso.
Ma,a volte un pizzico di sale ci vuole!
Libro svelto,facile da leggere, rilassante,adatto a sonni tranquilli.

Scritto da: VN52

venerdì 1 ottobre 2010

Le città invisibili - di Italo Calvino – Romanzo fantastico

 

"Penso d'aver scritto qualcosa come un ultimo poema d'amore alle città,nel momento in cui le_citta_invisibili_italo_calvinodiventa sempre più difficile viverle come città."

Così scrive Italo Calvino nel suo “Le città invisibili”, uno dei suoi scritti più riusciti.

Il libro è costituito da una serie di relazioni di viaggio che un immaginario Marco Polo fa a Kublai Kan,l'imperatore dei Mongoli discendente da Gengis Kan.
Marco Polo espone al lettore, in una sorta di rivisitazione de “Il Milione”, i suoi racconti, brevi e densi di significato, sulle città che ha visitato, nei quali le parole sono scelte con cura, soppesate dall'autore, che le combina creando un' atmosfera leggiadra e assolutamente affascinante.
E' inutile per me dilungarmi su una recensione "tradizionale" su questo libro:è un libro da vivere,un viaggio fantastico che ti trasporta tra le città più impensabili e disparate, dalle metropoli affollate e grigie alle città sospese nel cielo,le città sottili.
Il lettore spicca il volo durante la lettura e plana su ognuna delle città,immaginando tutto ciò che Calvino descrive.Il volo però è un volo basso,perchè è impossibile non cogliere i riferimenti alle moderne città che Calvino cela o palesa(in modo straordinario)in ogni racconto.Non sono viaggi fantasiosi fini a sè stessi, l'autore esprime con essi la sua critica verso le “non-città” moderne. Calvino però non ha voluto profetizzare catastrofi o apocalissi, vuole solo mostrare la parte invisibile di ogni città, costituita dalla memoria, dai desideri, dai simboli che ognuna di queste cela sotto le sue "tende architettoniche".

Oltre alle immagini descritte dal narratore ci sono nel romanzo degli intermezzi ad ogni inizio capitolo, in cui Calvino trascrive delle immaginarie discussioni tra il suo Marco Polo e Kublai Kan.

Il vero pensiero dell'autore e la filosofia dell'intero libro è racchiusa proprio in questi dialoghi, dove Marco Polo riflette sui suoi viaggi, sulle scene a cui ha assistito e, con lo scopo di riportare al Gran Kan quale sia la situazione del suo impero, gli presta i suoi occhi per far vedere al grande imperatore quanto sia vasto e frastagliato il regno da lui governato. Il palazzo sfarzoso diventa quindi un luogo di proiezione, dove l' imperatore assiste al “film” delle sue città, magnificamente raccontato dalle parole di Calvino, celato dietro al personaggio dell'esploratore italiano.

Scritto da: Andrea Gaetani

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